Nessuno come Leo Messi. Chi pensa il contrario é solo un inguaribile gelosone: un ipocrita invidioso.
Il terzo Pallone D'Oro consecutivo, la Pulce l'ha guadagnato sul campo, lontano dalle penne avvelenate dei suoi detrattori. Lontano dall'invidia di chi può sfogare la propria frustrazione mettendo in un libro la rabbia per non essere riuscito a fare qualcosa di buono quando avuta l'opportunità di giocargli al fianco. Un premio ritirato a Zurigo, città non molto lontana da quella Winterthur che il 22 novembre 1987 diede i natali ad Hans-Max Gamper Haessig: il fondatore del FC Barcelona. C'è molta Svizzera in questa giornata di gloria per il numero uno di sempre in uno sport dove è quasi impossibile fare quello che abbiamo registrato ed archiviato sui supporti per mostrarlo ai nostri nipoti ed ai loro figli.
Qualcuno ha scritto che la figura di Tom Joad ha rappresentato uno dei terreni più fertili per il dialogo tra letteratura, cinema e musica. A me piace sperare che Leo Messi, in questo periodo di "Grande Depressione Calcistica", possa essere ricordato per qualcosa di più dell'essere stato il migliore di sempre. Insomma un Toam Joad del pallone. L'occasione per dare ogni giorno qualcosa in più ad una società che nonostante tutto sta franando con generosità ai piedi dei nuovi miti del pallone è di quelle irripetibili. Sarebbe ancor più terribile - per i suoi detrattori e per coloro che ancora osano fischiarlo - se Leo sapesse fare qualcosa di veramente grande anche fuori dal circo del calcio.
Infine, giusto perché non scriverlo sarebbe scorretto, piace vedere che i signori che considerano il loro campionato quello più bello del mondo non abbiano piazzato un solo rappresentante in una qualsiasi categoria premiata nel pomeriggio.
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